Fabio Di Paola

Gas e maschere antigas nella prima guerra mondiale

15 Gennaio 2026 Prima Guerra Mondiale Storia 0

Nell’ottobre del 1914, in un tratto limitato del fronte francese, i fanti tedeschi furono colti di sorpresa da un bombardamento di artiglieria del tutto inusuale. Le granate, invece di esplodere con il consueto fragore, producevano un rombo strano e inquietante.
Lo stupore si trasformò presto in allarme quando, dai punti d’impatto, si sprigionarono vapori che aggredirono immediatamente le vie respiratorie dei soldati: gli uomini iniziarono a lacrimare e a starnutire in modo incontrollabile, fino a non riuscire più nemmeno a impugnare il fucile.

Per la prima volta nella storia della Grande Guerra si era fatto ricorso a un bombardamento a gas.

Quelle granate, oltre all’esplosivo, contenevano bromoacetone, un aggressivo chimico moderatamente tossico, con un effetto prevalentemente lacrimogeno.
Secondo quanto affermarono in seguito i francesi, non si trattava di una sostanza asfissiante o soffocante e, proprio per questo, non violava formalmente le convenzioni internazionali. I tedeschi ribatterono però che anche il bromoacetone, se utilizzato per “saturare” un’area, poteva risultare letale: l’elevata concentrazione nell’aria e la forte azione irritante erano infatti in grado di provocare il soffocamento. Un’osservazione che, in effetti, non era priva di fondamento.

La vera svolta avvenne il 22 aprile dell’anno successivo. Nella regione di Ypres, in Belgio, i fanti francesi furono investiti da dense nubi di un gas destinato a diventare tristemente famoso con il nome di yprite. Questa sostanza provocava gravi ustioni e lesioni alla mucosa degli occhi, alle vie respiratorie superiori e alla pelle; se inalata, esercitava un’azione caustica diretta sulle pareti bronchiali. I casi più gravi erano quasi sempre fatali: la morte sopraggiungeva tra atroci soffocamenti ed emottisi, mentre la cecità rappresentava una delle conseguenze più immediate per i sopravvissuti.

Da quel momento ebbe inizio una drammatica escalation nella corsa agli armamenti chimici tra le nazioni in guerra, con l’obiettivo di sviluppare gas sempre più micidiali.

Si passò così dai semplici lacrimogeni, simili a quelli impiegati in ambito di ordine pubblico, a sostanze estremamente letali come il fosgene, prodotto sia dagli Imperi centrali sia dagli Alleati.

Parallelamente, si avviò lo studio e la realizzazione di dispositivi sempre più efficaci per proteggere i soldati da questa nuova minaccia.

I primi modelli erano costituiti da maschere di tela imbottita, formate da numerosi strati di garza che coprivano esclusivamente bocca e naso. All’occorrenza, il soldato doveva inumidire la garza con una soluzione di carbonato di sodio e potassio. Gli occhi, invece, venivano protetti con semplici occhiali da motociclista, del tutto insufficienti a garantire una tenuta ermetica contro le infiltrazioni dei gas.

Questa maschera, inizialmente adottata da tutti gli eserciti, presentava numerosi limiti: non offriva alcuna protezione agli occhi, provocava una sensazione costante di oppressione e soffocamento e richiedeva di essere continuamente bagnata, poiché il liquido evaporava rapidamente. Inoltre, la sua efficacia si limitava quasi esclusivamente ai vapori di cloro.

gas maskSi tentò quindi di migliorare il dispositivo.

Un esempio fu la maschera polivalente italiana, dotata di un tampone più efficiente e di un facciale con lenti in mica, in grado di proteggere dai gas irritanti come il bromoacetone. Tuttavia, anche questo modello si rivelò inefficace contro sostanze più pericolose come il fosgene, la yprite e altri aggressivi chimici di nuova generazione.

In Francia si scelse una strada diversa, adottando maschere con facciale in metallo e occhiali in vetro. Sotto questi era avvitato un filtro a base di carbone di legna impregnato di sostanze chimiche, decisamente più pratico ed efficace rispetto ai precedenti filtri a tampone. Questo sistema consentiva una reale protezione contro la maggior parte dei gas allora impiegati. La maschera aderiva al volto grazie a una fascia di gomma lungo il bordo, sulla quale veniva spalmato uno strato di vaselina per migliorare la tenuta.

Gli inglesi, invece, svilupparono il cosiddetto respirator box, considerato da molti la migliore maschera antigas dell’intero conflitto. All’interno del facciale era presente uno stringinaso che costringeva il soldato a respirare esclusivamente con la bocca, mentre una valvola a farfalla, posta sotto il boccaglio, permetteva l’espulsione dell’aria viziata. Un tubo di gomma telata collegava la maschera a una scatola filtrante contenente carbone attivo in granuli e un tampone multistrato di cotone idrofilo impregnato di sostanze neutralizzanti.

Infine, anche l’esercito tedesco e quello austro-ungarico adottarono una maschera simile, per concezione, a quella francese. La differenza principale risiedeva nel facciale, realizzato in tessuto gommato: una soluzione più pratica, morbida e leggera. Il filtro, invece, presentava caratteristiche ed efficacia paragonabili a quelle del respirator box britannico.