Il generale Cadorna dopo Caporetto

Nei giorni convulsi che seguirono la disfatta di Caporetto qualcuno doveva essere individuato come principale responsabile e il generale Luigi Cadorna, fino ad allora comandante in capo del Regio Esercito, non poteva certo essere considerato estraneo alle colpe.
Il 25 ottobre 1917 il Parlamento italiano negò la fiducia al governo guidato da Paolo Boselli, che fu costretto a rassegnare le dimissioni. Il 30 ottobre si formò un nuovo esecutivo sotto la guida di Vittorio Emanuele Orlando, il quale già nei giorni precedenti aveva chiesto al Re la rimozione del generale Luigi Cadorna.
Il 6 e 7 novembre si tenne la conferenza di Rapallo, un vertice interalleato tra i principali leader politici e militari dell’Intesa. Vi presero parte il capo del governo italiano, i primi ministri di Francia e Gran Bretagna e i generali Foch e Robertson. Cadorna, tuttavia, non si presentò all’incontro.
In quella sede, i rappresentanti alleati contestarono duramente il suo operato e ne chiesero l’immediato allontanamento dal comando, proponendo come possibile sostituto il Duca d’Aosta.
Inoltre, fecero chiaramente intendere che l’invio di rinforzi militari sarebbe stato subordinato alla rimozione di Cadorna.
Il Re Vittorio Emanuele III si oppose alla nomina del Duca d’Aosta, ma confermò comunque la decisione di sollevare Cadorna dall’incarico di capo di Stato Maggiore dell’esercito.
Il 9 novembre 1917 il generale Luigi Cadorna fu ufficialmente destituito e il comando passò ad Armando Diaz, fino ad allora alla guida del XXIII Corpo d’Armata.
Per attenuare l’impatto della sua rimozione, gli venne assegnato il ruolo di rappresentante italiano nel neonato Consiglio militare interalleato di Versailles. Ufficialmente, la scelta venne motivata con la necessità di impiegare le sue competenze «in un contesto più ampio».
Cadorna reagì con orgoglio al trattamento riservatogli («se mi ritenete ancora all’altezza, datemi pure il comando di un battaglione») e rifiutò inizialmente il nuovo incarico, annunciando le proprie dimissioni. Dopo forti pressioni da parte del governo, accettò infine l’incarico, ma solo dopo aver ottenuto garanzie sulla sua indispensabilità in un ruolo così prestigioso.
Tuttavia, dopo appena due mesi, Cadorna fu richiamato da Versailles e posto a disposizione del ministero della Guerra per essere ascoltato dalla Commissione d’inchiesta, «conservando, ovviamente, grado e prerogative». Fu il primo passo di un percorso che lo avrebbe progressivamente allontanato dall’esercito.
L’insistenza sul mantenimento del «rango» e delle indennità insospettì Cadorna, che scrisse a Orlando:
“Dal telegramma che Vostra Eccellenza mi ha inviato emerge che mi verrebbero comunque garantiti grado e competenze. Questa insistenza mi fa pensare che si voglia farmi un favore, cosa che non posso in alcun modo accettare.
Del resto, non vedo per quale motivo dovrei continuare a percepire le indennità di guerra, non avendo altro incarico se non quello di presentarmi davanti alla Commissione d’inchiesta.
La prego pertanto di far modificare il relativo decreto.”
Orlando cercò di rassicurarlo, ribadendo che avrebbe mantenuto tutte le sue prerogative e privilegi. A metà luglio 1918, però, i sospetti di Cadorna trovarono conferma in un nuovo dispaccio: il trattamento eccezionale a lui riservato era stato concesso solo «in via straordinaria», ma poiché quella situazione si protraeva ormai da troppo tempo, era necessario – anche per motivi di ordine pubblico – ridefinire la sua posizione.
Di conseguenza, il 1º luglio 1918 il generale Cadorna, insieme ad altri ufficiali, venne collocato a disposizione in soprannumero.
Nell’agosto 1919, dopo la pubblicazione della relazione della Commissione d’inchiesta, il generale Cadorna fu definitivamente collocato a riposo.
Tra le principali responsabilità attribuitegli dalla Commissione vi furono:
- una gestione inadeguata dei quadri militari, con un’eccessiva epurazione di ufficiali superiori e generali;
- l’adozione di misure troppo spesso coercitive e punitive, che minarono il morale degli ufficiali senza produrre reali miglioramenti tecnici;
- la scarsa attenzione alla tutela delle energie fisiche e morali della truppa, tollerando sacrifici di vite umane non sempre giustificati;
- il frequente ricorso a deroghe alle normali procedure della giustizia militare.
La delusione di Cadorna raggiunse il punto più basso nel settembre 1921, quando il Ministero della Guerra gli chiese se avesse già ricevuto la Croce di guerra al merito e, in caso contrario, di indicare quanto tempo avesse trascorso al fronte in zone esposte al fuoco nemico.
Quella stessa onorificenza, che in passato egli aveva assegnato a migliaia di soldati e ufficiali, gli fu riconosciuta solo nel novembre 1922 dal primo governo Mussolini.
Mussolini, in realtà, non era un sostenitore di Cadorna. Tuttavia, temendo la sua persistente popolarità tra alcune associazioni di ex combattenti e sotto la pressione di Carlo Delcroix, presidente dell’associazione dei reduci, decise di cambiare atteggiamento. Così, il 4 novembre 1924, lo nominò maresciallo d’Italia insieme ad Armando Diaz, nonostante la profonda rivalità esistente tra i due.
Luigi Cadorna morì il 21 dicembre 1928.
Nel maggio 1932 la sua salma fu trasferita nel mausoleo appositamente costruito a Pallanza, sua città natale, sulle rive del Lago Maggiore.
Si tratta di una torre a pianta quadrata, alla cui base si accede tramite una scalinata che conduce alla cripta dove riposa il generale in un sarcofago di porfido rosso. Su ciascun lato del mausoleo sono collocate dodici statue raffiguranti diverse tipologie di combattenti italiani della Grande Guerra.