Fabio Di Paola

Gli Italiani nella sacca di Stalingrado durante la Seconda Guerra Mondiale

22 Settembre 2025 Seconda Guerra Mondiale Storia 0

Pochi lo sanno, ma anche gli italiani hanno lasciato la loro traccia nella tragica storia di Stalingrado.

Non soldati in prima linea, ma autieri: uomini della logistica, incaricati di trasportare rifornimenti e materiali, lontani dal fragore diretto della battaglia.

Eppure, nell’inverno del 1942, il destino li trascinò proprio nel cuore di uno dei più grandi disastri militari della Seconda Guerra Mondiale.

Quando, nel novembre di quell’anno, i sovietici circondarono Stalingrado, i tedeschi erano soli a combattere tra le macerie della città. Gli italiani si trovavano ancora più a ovest, vicino ai rumeni, in una zona relativamente tranquilla. Ma la guerra ha modi strani di sorprendere.

Per 77 autieri italiani, quasi tutti appartenenti al 127° e al 248° Autoreparto del Regio Esercito, la fortuna si esaurì proprio nel momento peggiore: vennero trascinati nell’ultimo atto della battaglia, dove la speranza si consumava insieme alla neve e al ghiaccio.

Il 127° Autoreparto, parte del 2° Autoraggruppamento, era stanziato a Voroscilovgrad, in Ucraina, dove aveva già conosciuto le prime perdite. Il 248°, appena arrivato dall’Italia e appartenente all’8° Autoraggruppamento, operava nei pressi di Millerovo, facendo la spola tra retrovie e fronte, trasportando rifornimenti lungo il Don, dove l’Armata Italiana era concentrata.

Walter Poli, sottotenente del 127°, ricevette l’ordine di raggiungere Stalingrado con un trasporto speciale: dopo aver consegnato i materiali, avrebbe dovuto rientrare carico di legna per affrontare l’inverno. Scelse venticinque uomini del Corpo Automobilistico, convinto di condurli in una missione di routine. Allo stesso modo, il 248°, guidato dal sottotenente Guido Giusberti, partì con quarantasei autieri. I loro autocarri solcavano piste innevate, diretti verso la città sul Volga, teatro della battaglia più cruciale della campagna in Unione Sovietica.

A completare il piccolo contingente italiano c’erano due uomini dell’Ospedale da Campo 251: il giovane dottor Livio Cattaneo e il suo assistente, l’infermiere Ugo Machetto, assegnati a un’unità chirurgica della Wehrmacht.

La ricerca storica più approfondita su di loro l’ha compiuta un italiano, Alfio Caruso, nel suo libro Noi moriamo a Stalingrado, del 2006.

Il 19 novembre 1942, pochi giorni dopo la partenza degli italiani, i sovietici lanciarono l’offensiva sui fianchi difesi dai rumeni. In tre giorni completarono l’accerchiamento, intrappolando circa 300.000 tedeschi e, insieme a loro, i nostri 77 autieri. Arrivarono a Stalingrado appena in tempo per essere circondati, senza via di scampo.

All’interno della sacca, assieme alle decine di migliaia di soldati tedeschi, restarono gli autieri italiani che dovevano raccogliere legna da riportare alle loro basi di partenza. A Gumrak, nella parte settentrionale, hanno sistemato i quarantotto soldati del 248º; nei dintorni di Voroponovo, nella parte meridionale, stanno i ventisei del 127º. Distano gli uni dagli altri non più di trenta chilometri, ma gli uni mai sapranno degli altri.

Da quel momento in poi, la guerra si trasformò in una lenta agonia. Freddo, fame, malattie e privazioni si mescolarono al fragore dei combattimenti. Lettere spedite a casa raccontano gli ultimi bagliori di speranza, poi spente nel gelo di gennaio.

Solo Walter Poli e Vincenzo Furini sopravvissero. La resa, che avrebbe dovuto porre fine alla fame e al freddo, fu ancor più terribile: prigionieri denutriti, senza scarpe e vestiti inadatti, costretti a lunghe marce a -30°C, spesso morivano al primo pasto troppo ricco. Nessuno dei due superstiti volle raccontare a fondo quell’esperienza, come se cercasse di seppellirla per sempre.