Fabio Di Paola

La presa di Gorizia nel 1916

24 Dicembre 2025 Prima Guerra Mondiale Storia 0

Tra la fine di luglio e i primi di agosto del 1916, 61 mila carri ferroviari trasferirono circa 300 mila uomini da Thiene e Castelfranco verso l’Isonzo.

Si trattava della riserva che Cadorna aveva predisposto contro la “spedizione punitiva” ( la Strafexpedition ) sull’altopiano di Asiago e che, una volta superato il pericolo, venne impiegata contro la Isonzo Armee Austro-Ungarica.

La battaglia di Gorizia ebbe inizio a diversi chilometri dalla città, sulle trincee di Selz, del Monte Cosich e davanti a Monfalcone, la cui collina sarebbe poi passata alla storia con il nome di Quota Pelata.

Alle 10 del mattino del 4 agosto 1916 l’artiglieria italiana aprì il fuoco. Per la prima volta su questo fronte l’esercito disponeva di un numero adeguato di pezzi, e le posizioni austriache ne subirono pienamente l’impatto. Nel pomeriggio, alle 16, il generale Capello ordinò l’assalto. Le prime trincee furono conquistate, ma seguirono immediati contrattacchi. I combattimenti si frammentarono tra pietraie, valloncelli e doline.

Il 5 agosto, durante queste azioni, cadde Enrico Toti.

Gli austriaci iniziarono a ripiegare. L’elemento decisivo per il sistema difensivo di Gorizia fu la conquista del Sabotino, punto chiave dello schieramento: senza il Sabotino, la città non era difendibile.

Per mesi, assalti frontali al monte Sabotino avevano provocato perdite enormi senza risultati: questa volta il Sabotino cadde in mano italiana rapidamente e con poche perdite.

Il merito dell’azione, tra le più efficaci dell’intera guerra, fu attribuito, a torto od a ragione, ad un giovane colonnello destinato ad una carriera brillantissima: Pietro Badoglio. Il monte cadde in meno di un’ora e tutti se ne meravigliarono a cominciare dagli austriaci, che ormai consideravano la loro posizione imprendibile.

Sul Podgora la resistenza fu più accanita. Alcune pattuglie riuscirono ad avvicinarsi ai ponti di Peuma e Lucinico, ma il nemico ristabilì presto la situazione. Le brigate si alternarono nel tentativo di neutralizzare le mitragliatrici; gli uomini avanzarono strisciando, ma nella maggior parte dei casi non riuscirono a superare le difese.

Il giorno seguente Capello fece affluire due nuove divisioni, sostituendo i reparti più provati. L’attacco riprese senza risultati immediati, ma le informazioni dal fronte indicavano un progressivo cedimento austriaco. Pur mantenendo la prima linea, il nemico stava predisponendo il ripiegamento. L’8 agosto gli italiani attraversarono l’Isonzo e stabilirono una testa di ponte sulla riva sinistra.

Alle 6 del mattino del 9 agosto il tricolore fu issato sulla stazione ferroviaria di Gorizia dai fanti del 28° reggimento “Pavia”, guidati dal sottotenente Aurelio Baruzzi, che per questa azione ricevette una delle rare medaglie d’oro non alla memoria.

L’apparizione degli italiani alle spalle della 58ª divisione austriaca ne causò il collasso. Stretta tra due fuochi, la divisione fu travolta dalle brigate “Pavia”, “Cuneo” e “Casale”. Il Podgora passò definitivamente in mano italiana. Da quota 240 i fanti della brigata “Casale” videro per la prima volta Gorizia oltre il fiume. Poco dopo, la cavalleria entrò in città: fu la prima vittoria di rilievo dell’esercito italiano nel conflitto.

Gli austriaci sloggiati da Gorizia ma già riorganizzatisi e fortificatisi sui primi altipiani carsici, poco più ad Est est della città, ripresero rapidamente i bombardamenti.
La guerra, insomma, per Gorizia continuava.
E l’appellativo di “città maledetta”, con cui la celebre canzone la consegnerà alla storia, sarà per Gorizia quanto mai calzante.

La vittoria contro la Strafexpedition e la presa di Gorizia ebbero un valore simbolico rilevante: per la prima volta dopo secoli un esercito italiano sconfisse in una grande battaglia un esercito straniero.

Purtroppo la conquista di Gorizia parve dare ragione alle teorie di Cadorna: la tesi in base alla quale a forza di spallate sul Carso si sarebbe fatto saltare il dispositivo difensivo del nemico parve rinsaldata da questa vittoria e il comandante in capo vi insistette con una costanza degna di miglior causa.

La presa di Gorizia era costata agli italiani 21 mila morti e 52 mila feriti, ma le perdite successive avrebbero fatto aumentare paurosamente i totali. Molto grave era stato anche il tributo pagato per bloccare la « spedizione punitiva » sull’altopiano di Asiago: 16 mila morti, 77 mila feriti e 55 mila dispersi o prigionieri.

Anche il generale tedesco Falkenhayn riconobbe l’importanza della vittoria italiana. Nelle sue Memorie scrisse che essa ebbe effetti negativi non solo per l’esercito austro-ungarico, ma per l’andamento complessivo della guerra, rappresentando l’inevitabile conseguenza dell’inutile insistenza di Conrad negli attacchi dal Trentino.