Fabio Di Paola

Residuati bellici: un’eredità della Grande Guerra

14 Settembre 2021 Storia 0

In un altro post avevo citato il paese di Lovadina, paese di origine della mia famiglia, che si trova sulle sponde del Piave.
La posizione ha ovviamente influito sulla sua storia e ne è stata la causa indiretta della distruzione avvenuta durante la Grande Guerra.
Queste distruzione non sono però terminate con la battaglia di Vittorio Veneto ed il seguente armistizio del 4 Novembre 1918 :

il termine della guerra lasciò dietro di sé il problema delle armi e munzioni da far tornare nelle polveriere, dei depositi di armi a ridosso della prima linea da smantellare e soprattutto dei residuati e del munizionamento inesploso sparsi nei terreni la cui bonifica avrebbe richiesto anni.

I campi erano infestati da ogni tipo di strumenti esplosivi : proiettili, bombe, mine, bombe a mano e quant’altro fosse stato utilizzato durante gli eventi bellici ma che, per una ragione o perl’altro, fosse rimasto inesploso.

Al termine dei combattimenti il Comando Supremo del Regio Esercito aveva cercato di mettere in guardia le popolazioni dei territori coinvolti affiggendo dei manifesti che spiegavano, anche tramite disegni, i probabili pericoli , come riconoscere i vari tipi di ordigni ed una serie di indicazioni per evitare incidenti.

La bonifica del territorio si rivelò subito un problema di primaria importanza. L’onorevole Fradeletto, ministro per le terre liberate, si era interessato presso il gen. Badoglio – allora sottocapo di Stato maggiore generale – affinché venissero bonificate al più presto le terre toccate dalla guerra.

Badoglio rispose il 18 febbraio 1919 esponendo quelle che erano le crude cifre , quasi una fredda statistica di quanto ci si poteva aspettare e scrivendo:

«Dal primo novembre 1917, alla fine delle ostilità, quattro novembre 1918, i proietti d’artiglieria, le bombe da bombarda e da lanciabombe, quelle di fucile e a mano impiegate da noi risultano:

annate proietti art. bombe ecc. bombe a mano
nov/dic.1917 3.489.000 1.500.000 2.350.000
tutto nov 1918 14.909.000 428.481 9.272.000
TOTALE 18.398.256 571.000 11.622.325

I proietti di artiglieria, le bombe, ecc, impiegati dal nemico nello stesso periodo sono considerati equivalenti a quelli impiegati dall’Esercito Italiano.
Quindi, complessivamente 37 milioni di proiettili e oltre un milione di bombe.
Tenendo conto – continua la lettera – che circa l’8% non sono esplosi o sono stati abbandonati sul terreno, restano 2.960.000 proietti di artiglieria, 4.800.000 bombe di ogni genere, totale 7.760.000 ordigni distribuiti su una fascia di terreno di 240.000 ettari, in corrispondenza di un fronte di 300 chilometri di sviluppo (Adamello, Grappa, foce del Piave) e della profondità media di 8 chilometri (profondità della fascia battuta da artiglierie e bombarde).
Se si considera il fronte uniforme potrebbero considerarsi come rimasti inesplosi circa 33 proietti/bombe per ettaro.

Siccome invece le maggiori lotte si svolsero dall’Astico al mare, 140 chilometri di sviluppo, così in tale fronte il dato suesposto può essere portato in massimo al doppio e oltre, e cioè a circa 70 fra proietti/bombe per ettaro […]. Nelle zone che furono teatro di più vivi e ostinati combattimenti, come la regione del Grappa, il Montello e il Basso Piave, delimitato a oriente dal Monticano e ad occidente dalla linea passante per Crespano, Asolo, Montebelluna, Povegliano, Breda, S. Biagio, Monastier, Portegrandi, mare, la percentuale per ettaro fu ancora maggiore ed in massimo di circa 200 proietti/bombe, vale a dire due fra proietti/bombe per ogni quadrato avente 10 metri di lato».

I numeri indicati dal Comando Supremo, ancorché stimati, sono impressionanti e danno facilmente l’idea della vastità e della complessità del problema che si doveva risolvere.

Furono creati gruppi di rastrellatori misti – civili e militari – designati alla bonifica del territorio mentre anche gli abitanti dei luoghi partecipavano alle operazioni di recupero, anche se con obiettivi e motivazioni differenti: si trattava dei cosiddetti “recuperanti” , persone che ricercavano ed appunto recuperavano i residuati bellici per poi rivenderli come rottami di metallo. Un lavoro duro ma indispensabile per l’immediata sopravvivenza ed un fenomeno che si ripeteva in tutti quelli che erano stati i luoghi teatro degli scontri durante la Grande Guerra. Si recuperavano bombe, filo spinato, rotoli di fil di ferro, corde d’acciaio, stufe, esplosivi, proiettili, tubi, armi, pentole, rame, piombo, alluminio e ottone.

A questo si aggiungeva anche il recupero delle salme tristemente abbandonate sui campi di battaglia e trovare dei resti umani significava percepire un riconoscimento in denaro da parte dello Stato.

Tutto questo lo potete trovare ben descritto nel libro “L’anno della vittoria” di Mario Rigoni Stern. Sebbene il racconto si svolga sull’altopiano di Asiago e non sul Piave i fatti raccontati spiegano molto bene quello che accadeva in una zona di guerra subito dopo l’armistizio del 4 Novembre, la vita delle popolazioni che ritornavano nei loro paesi per trovarli distrutti e di come e perchè operavano i “recuperanti” .

Fonte del testo citato :
In fuga da Caporetto L’odissea della grande ritirata nel racconto del tenente Vincenzo Acquaviva
di Stefano Gambarotto, Enzo Raffaelli con la collaborazione di Roberto Dal Bo
edito da Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano – Comitato di Treviso